In questo articolo vengono riportati l’abstract e il quadro concettuale del research paper redatto tra ottobre 2024 e febbraio 2025 da Stefano De Finis riguardo il caso della pugile algerina Imane Khelif. Segue all’estratto il file contenente il testo completo dell’elaborato, comprendente il contesto storico, il quadro concettuale, la metodologia utilizzata, l’analisi dei dati e le relative conclusioni.
Abstract
Il presente paper esplora, attraverso un approccio intersezionale e critico, la vicenda sportiva e mediatica della pugile algerina Imane Khelif in vista delle Olimpiadi di Parigi 2024. Con riferimento ai concetti di normalità, incertezza, naturalizzazione del sociale e alla critica del binarismo di genere, vengono utilizzati i concetti chiave di bioessenzialismo, transvestigation e misogynoir per analizzare sessantotto articoli di sei testate giornalistiche italiane con orientamenti politico-ideologici differenti. Attraverso la Critical Discourse Analysis, il paper evidenzia come la narrazione mediatica italiana contribuisca a rafforzare stereotipi razziali, sessisti e transfobici, colpendo in particolare le atlete nere cisgender non conformi agli standard eurocentrici di femminilità. Il caso Khelif diventa così paradigmatico per comprendere come lo sport sia oggi uno spazio di manifestazione delle tensioni legate alla diversità e alle sue rappresentazioni pubbliche, con implicazioni che travalicano l’ambito sportivo e impattano la società nel suo complesso.
Quadro concettuale
La costruzione della normalità e le sue implicazioni
Come evidenziato da Colombo (2020), il concetto di “normalità” è una costruzione del gruppo egemonico finalizzata a veicolare una determinata rappresentazione della realtà. Questa viene presentata come naturale e oggettiva, escludendo implicitamente qualsiasi alternativa. In tal modo, la normalità diviene uno strumento di potere che stabilisce chi viene incluso e chi, invece, è relegato ai margini.
Per Allievi (2016), questa divisione si accentua nei periodi segnati da grandi cambiamenti e una crescente complessità nel tessuto sociale, che portano con sé una maggiore paura e chiusura nella popolazione. L’angoscia diffusa, generata dall’incertezza, viene spesso strumentalizzata dalla politica per giustificare il rifiuto dell’apertura verso il diverso. Si crea così una distinzione all’interno della società tra chi è disposto a confrontarsi con la diversità, con curiosità e accettazione, e chi, al contrario, nega le basi stesse di questo confronto, rinchiudendosi nei confini della paura.
Abbatecola (2015), citando Rachele Borghi, approfondisce ulteriormente il concetto di normalità come costruzione sociale, evidenziando come l’imposizione di rigidi criteri di inclusione ed esclusione porti a una distinzione tra corpi considerati “giusti” e corpi percepiti come “inadeguati”. Questi ultimi, come sottolinea Delgado (Abbatecola, 2015), non essendo conformi agli standard imposti, diventano visibili in modo sproporzionato, attirando sguardi di curiosità, disapprovazione o persino violenza, non godendo di quello che l’antropologo definisce il “diritto all’indifferenza”.
Questa dinamica si manifesta in modo emblematico nel fenomeno della transvestigation, una pratica che incarna l’ansia sociale nei confronti delle identità di genere non conformi e che, attraverso la ricerca ossessiva di “prove” di non autenticità, alimenta la discriminazione e la sorveglianza sui corpi considerati devianti.
Bioessenzialismo e binarismo sessuale
Per comprendere meglio il fenomeno della transvestigation, è necessario esplorare la base concettuale su cui si fonda l’attuale concezione della divisione dei sessi e dei generi. La costruzione sociale del genere, indagata da studiose come Judith Butler (1990) e Sally Hines (2010), e la non-binarietà del sesso, messa in evidenza dall’esistenza dell’intersessualità e di persone con caratteristiche che divergono dalla stretta dicotomia sessuale, rivelano come il sistema binario sia, in realtà, un fenomeno relativamente recente, un prodotto del colonialismo e del suprematismo bianco (Narayan, 2019).
Il binarismo sessuale fu, infatti, imposto in epoca coloniale per differenziare i bianchi “civilizzati” dai popoli colonizzati, che spesso riconoscevano identità di genere non binarie. Ad esempio, nella cultura Yoruba, prima della colonizzazione, non esisteva il concetto di “donna” come lo intendiamo oggi, e le gerarchie sociali si basavano sull’età e sull’esperienza, non sul genere (Oyěwùmí, 2016; Luqman, 2023).
Le persone transgender, ovvero coloro la cui identità di genere differisce da quella assegnata alla nascita sulla base del sesso, e intersex, nate con caratteristiche sessuali che non si adattano alle definizioni tradizionali di maschio e femmina, vengono quindi considerate deviazioni da un binarismo “puro”. Nonostante la stessa biologia dimostri che il sesso è uno spettro, l’opinione pubblica e i media continuano a rifiutare l’esistenza di questa complessa varietà in cui si manifesta la natura umana, preferendo adottare una visione bioessenzialista di essa: caratteristiche come l’intelligenza, la creatività, o persino la mascolinità e la femminilità, vengono ritenute naturali e innate, piuttosto che frutto di circostanze, educazione e cultura. Il bioessenzialismo (o essenzialismo biologico) viene spesso invocato per giustificare la visione delle differenze di genere come biologicamente predeterminate (Oxford Reference).
In linea con la critica al binarismo sessuale, le teorie espresse da Mario Mieli, citato da Bernini (2019), sostenevano che l’esistenza di caratteristiche anatomiche comuni, come i capezzoli nei maschi o la clitoride nelle femmine, fosse un’indicazione di un ermafroditismo originario presente in ogni essere umano, e, perciò, bisognasse considerare la classificazione binaria del sesso come obsoleta, un’opinione condivisa anche nel libro di Martine Rothblatt L’apartheid del sesso (1995). Tali posizioni si collocano attualmente al di fuori della struttura egemonica che domina l’interpretazione della realtà, nella quale, invece, prende forma la transvestigation.
Transvestigation
Il termine transvestigation nasce dalla fusione delle parole transgender e investigation e identifica una teoria del complotto secondo cui molte personalità pubbliche sarebbero segretamente transgender. Questo fenomeno si sviluppa principalmente sui social media, dove gli utenti, avvalendosi di metodi pseudo-scientifici e osservazioni superficiali sull’aspetto fisico o sul comportamento, analizzano le caratteristiche delle persone nel tentativo di “smascherarne” l’identità di genere.
Alla base della transvestigation vi è una retorica sessista, razzista, transfobica e una visione strettamente binaria dei generi e dei sessi. Le accuse si concentrano su dettagli anatomici o espressioni di genere che non rientrano negli stereotipi binari convenzionali, portando a una forma di sorveglianza ossessiva del corpo altrui. Celebrità come Lady Gaga e Michelle Obama sono state prese di mira, così come atlete del calibro di Serena Williams, la cui fisicità è stata strumentalizzata per insinuazioni transfobiche e razziste. Il fenomeno, però, non si è limitato a speculazioni online, ma, anzi, è diventato pervasivo all’interno del mondo dello sport e delle competizioni agonistiche, trovando ampio spazio anche nei test fisici imposti alle atlete.
Questa pratica non solo diffonde informazioni false, ma alimenta anche una cultura di odio nei confronti delle persone trans, diventando una delle principali forme di disinformazione transfobica online, che riduce l’identità di genere a una questione di caratteristiche fisiche osservabili. Inoltre, le metodologie utilizzate da chi mette in pratica la transvestigation sono fortemente influenzate da bias cognitivi, come la pareidolia (la tendenza a riconoscere schemi significativi in dati casuali) e il bias di conferma, che porta a selezionare solo le informazioni che supportano una convinzione preesistente.
Per comprendere perché la transvestigation prende di mira in particolar modo le donne nere, è fondamentale analizzare il fenomeno della misogynoir, che le rende il bersaglio principale di queste “investigazioni” sui loro corpi.
Misogynoir o Transmisogynoir?
Il concetto di misogynoir, coniato nel 2008 dalla scrittrice e femminista afroamericana Moya Bailey, nasce dalla fusione dei termini “misoginia” (odio per le donne) e “noir” (nero in francese) per descrivere la specifica forma di misoginia che colpisce le donne nere, sia cisgender che transgender, nella cultura visiva e popolare americana.
Alla base della misogynoir vi è la teoria dell’intersezionalità di Kimberlé Crenshaw (1989), che analizza come diverse identità sociali (razza, genere, classe) interagiscono nei sistemi di oppressione. Le esperienze delle donne nere non possono essere comprese solo attraverso una lente sessista o razzista, poiché esse subiscono una discriminazione che risulta dall’intreccio di questi due sistemi. Un esempio concreto di questa dinamica è la rappresentazione delle donne nere come eccessivamente mascoline o aggressive, rafforzando l’idea che debbano conformarsi a determinati canoni fisici e comportamentali per essere riconosciute come “autenticamente” femminili.
Un’estensione della misogynoir è il concetto di transmisogynoir, che indica la forma specifica di oppressione subita dalle donne trans nere. Il termine, coniato nel 2014 sul sito Gradient Lair, unisce “transmisoginia” e “misogynoir” per descrivere l’intersezione tra sessismo, razzismo e transfobia. Le donne trans nere affrontano una discriminazione che non può essere ridotta solo a razzismo o sessismo, ma che rappresenta l’effetto cumulativo di molteplici forme di oppressione.
Questo fenomeno si inserisce in una tradizione più ampia di razzismo e sessismo che storicamente ha cercato di naturalizzare le differenze sociali per giustificare la subordinazione di determinati gruppi. Secondo Rivera (2001), uno degli strumenti fondamentali del pensiero razzista è la naturalizzazione del sociale, ovvero l’idea che le differenze tra gruppi umani siano innate e biologiche, piuttosto che il risultato di costruzioni sociali. Questa stessa logica viene applicata al sessismo: le donne sono spesso considerate un gruppo naturale, con caratteristiche immutabili che le predispongono alla subordinazione. L’uso di retoriche disumanizzanti e inferiorizzanti accomuna le ideologie sessiste e razziste, giustificando la discriminazione attraverso il bioessenzialismo.
Un esempio emblematico di questa narrazione si ritrova negli stereotipi di lunga durata sui corpi neri nello sport, che si inseriscono nel più ampio razzismo multiculturalista, il quale tende a imprigionare gli individui in gabbie culturali associate a stereotipi potenti (Zoletto, 2010). Le persone nere, e in particolare le donne, vengono spesso descritte come fisicamente più forti, talvolta persino paragonate ad animali selvaggi, rafforzando così l’idea che il loro corpo sia intrinsecamente diverso da quello delle persone bianche. Come osserva l’antropologa Danyal K. D. Griffiths, nessuno ha mai messo in discussione la legittimità sportiva di Michael Phelps, nonostante le sue particolari caratteristiche biologiche gli abbiano permesso di eccellere nel nuoto. Al contrario, Serena Williams ha raccontato, in un’intervista del 2018 ad Harper’s Bazaar, di essere stata accusata di essere nata maschio a causa delle sue braccia muscolose e della sua forza fisica.
Questa marginalizzazione non è soltanto il prodotto di pregiudizi individuali, ma anche il risultato del fallimento sia del femminismo sia dell’antirazzismo nel considerare adeguatamente le intersezioni tra genere e razza. Come sottolinea Crenshaw (1989), il femminismo ha spesso ignorato le questioni razziali, concentrandosi principalmente sulle esperienze delle donne bianche, mentre l’antirazzismo raramente ha messo in discussione le gerarchie di genere. Di conseguenza, molte strategie di resistenza hanno finito per replicare e rafforzare la subordinazione delle donne nere e delle persone transgender, anziché contrastarla in modo trasversale.
L’intersezionalità diventa quindi uno strumento essenziale per comprendere fenomeni come la misogynoir e la transmisogynoir, poiché le persone non appartengono a una sola categoria sociale, ma a molteplici gruppi contemporaneamente. Nessuna singola identità è sufficiente a spiegare l’esperienza di un individuo, e solo attraverso l’analisi delle intersezioni tra razza, genere e altre forme di oppressione è possibile cogliere appieno la complessità della discriminazione vissuta dalle donne nere, sia cisgender che transgender.
Tuttavia, nell’analisi di questo elaborato si è scelto di utilizzare il termine misogynoir come lente d’indagine e non transmisogynoir, pur considerando alcune espressioni dei quotidiani di stampo transfobico che verranno riportate. Questo perché il caso esaminato riguarda l’atleta Imane Khelif, una donna cisgender, che è stata vittima di misogynoir piuttosto che di transmisogynoir. Gli insulti ricevuti derivano dal fatto che è una donna nera che non rientra nei canoni estetici e biologici binari della femminilità imposti dall’eurocentrismo, e la sua identità di genere è stata messa in discussione non perché fosse effettivamente transgender, ma come parte di una strategia discriminatoria basata su stereotipi razzisti e sessisti.
